Divario Nord-Sud: tutta colpa dell’Unità d’Italia?

Secondo il revisionismo anti-risorgimentale, l’unificazione avrebbe prodotto uno spostamento di ricchezza dal Sud al Nord, che avrebbe generato uno sviluppo economico ottenuto dalle regioni settentrionali a discapito di quelle meridionali. Il punto di partenza è l’ammontare doppio del debito pubblico del Regno di Sardegna rispetto a quello del Regno delle Due Sicilie. Alla formazione del debito pubblico del neonato Regno d’Italia concorsero rispettivamente nella misura del 60% il debito sardo e del 30% il debito duosiciliano, mentre il restante 10% proveniva dagli altri Stati annessi nel 1861. Il tasso d’interesse con cui venivano remunerati i titoli di Stato del Regno di Sardegna, come ricordato dalla studiosa Stéphanie Collet, era conseguentemente più alto[1].

In realtà, come chiarì autorevolmente Luigi Einaudi, il deficit di bilancio delle finanze del Regno di Sardegna si spiega agevolmente alla luce dell’adozione da parte del governo di Torino di una politica che si potrebbe definire keynesiana ante litteram. Cavour intraprese investimenti infrastrutturali pubblici per la modernizzazione del paese e per la sua crescita economica. Il “pareggio di bilancio” borbonico (che tanto somiglia alla sciagurata “austerità” dei nostri giorni) era invece sintomo di una politica immobilista che lasciò il Meridione, fatta eccezione per poche realtà, in uno stato di sostanziale arretratezza: «La finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare un incremento all’economia del paese entro i limiti dell’andamento spontaneo delle entrate al di sopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario o lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte ad accrescere la produttività del lavoro nazionale»[2].

I “revisionisti” portano a supporto della loro tesi l’esistenza nel Regno delle Due Sicilie di alcune realtà industriali, tutto sommato isolate all’interno di un contesto economico arretrato e semi-feudale e rette unicamente sulle commesse statali. Esse erano il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il Polo siderurgico e la fabbrica d’armi di Mongiana in Calabria, l’industria tessile di San Leucio presso Caserta, la Reale Fabbrica d’armi di Torre Annunziata, le Ferriere Fieramosca e la Fonderia Ferdinandea in Calabria, la fabbrica metalmeccanica e le Officine ferroviarie di Pietrarsa a Napoli, il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, le Fonderie Pisano a Salerno, la Fonderia Oretea e le Flotte Riunite Florio a Palermo. Tuttavia gli addetti dell’industria metalmeccanica nell’Italia del 1861 erano 11.177, concentrati per il 38% nel Regno di Sardegna, per il 24% nel Lombardo-Veneto e solo per il 21% nel Regno delle Due Sicilie. La produzione di cotone si concentrava per il 43% nel Regno di Sardegna, per il 34% nel Lombardo-Veneto e solo per il 15% nel Regno delle Due Sicilie. La lavorazione della seta si concentrava per l’88% nell’Italia settentrionale e solo per il 3,3% nel Regno delle Due Sicilie[3].

Gli studi di Angelo Massafra e Domenico Demarco confermano in ultima analisi che il Mezzogiorno era meno sviluppato rispetto al resto d’Italia[4].Abbastanza risibile è il presunto e decantato primato ferroviario del Regno delle Due Sicilie, costituito dal fatto che la prima ferrovia in Italia fu la Napoli-Portici del 1839. Si trattò a dire il vero di un’infrastruttura isolata e destinata essenzialmente non al servizio pubblico ma alle esigenze della corte borbonica («giocattolo del Re» l’ha definita Ernesto Galli della Loggia). Pochi anni dopo (1844) il Regno di Sardegna intraprese un ben più serio e organico piano ferroviario. Alla vigilia dell’unificazione (1860) il Regno di Sardegna aveva 850 km di strade ferrate, contro 607 del Lombardo-Veneto, 323 del Granducato di Toscana, 132 dello Stato Pontificio e solo 99 del Regno delle Due Sicilie, alla pari con il piccolo ducato di Parma e Piacenza. La rete ferroviaria borbonica si limitava ai soli centri di Napoli, Capua, Caserta, Castellammare di Stabia, Mercato San Severino e Vietri sul Mare. Dopo soli nove anni di unità nazionale, nel 1870, il governo unitario aveva decuplicato la rete ferroviaria meridionale, estendendola al Sannio (Benevento) e attraverso esso al Molise (Termoli), a sua volta collegato con la costa adriatica settentrionale, alla Puglia (Foggia, Candela, Barletta, Taranto, Bari, Brindisi, Lecce, Maglie) e alla Calabria (Rossano, Cariati). Furono inoltre costruite le linee Reggio-Bianconovo in Calabria e Palermo-Lercara, Leonforte-Catania-Messina e Lentini-Catania. Per quanto riguarda la rete stradale, alla vigilia dell’Unità quella del Centro-Nord era stimata approssimativamente in 75.500 km rispetto ai 14.700 km del Regno delle Due Sicilie.

Gli economisti Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Consiglio Nazionale delle Ricerche) sono giunti alla conclusione che le economie del Nord e del Sud, per oltre trent’anni dopo l’unificazione, hanno avuto un divario costante stimato in cinque punti percentuali a favore del Nord[5]. Nessun fantomatico “trasferimento di ricchezze” dal Sud al Nord e nessuna “sperequazione” avvennero all’indomani dell’unificazione nazionale, che lasciò le cose come stavano. Solo negli anni ’90 del secolo XIX le due economie del Nord e del Sud cominciarono a divergere a vantaggio del Nord a causa della rivoluzione industriale che interessò in particolare il triangolo Torino-Milano-Genova, favorito dalla vicinanza dei mercati e dei rifornimenti di materie prime dell’Europa settentrionale e centrale. La teoria secondo cui il triangolo industriale Torino-Milano-Genova si sarebbe sviluppato economicamente sottraendo risorse al Sud negli anni successivi all’unificazione, oltre a essere confutato dalle ricerche degli economisti sopra nominati, non spiega peraltro come altre regioni come il Veneto o le Marche siano riuscite a svilupparsi economicamente, come testimoniano i dati ISTAT, fino a raggiungere e anche a superare le città del triangolo industriale.

Un ambito nel quale il divario Nord-Sud era particolarmente marcato fu quello dell’istruzione. Nel 1861, il tasso di alfabetizzazione era del 14% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 37% nell’Italia centro-settentrionale. Sempre nel 1861 il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era del 17% nel Regno delle Due Sicilie a fronte del 67% nell’Italia centro-settentrionale. A testimonianza dei forti investimenti nella scuola pubblica effettuati nel Meridione dal Regno d’Italia, dopo 10 anni di unità (1871) il tasso di scolarità dei bambini tra 6 e 10 anni era raddoppiato nell’ex Regno delle Due Sicilie, salendo al 35%[6]. Un’altra dimostrazione di come l’unificazione, pur non riuscendo a risolvere tutti gli atavici problemi del Sud, segnò comunque un progresso per le popolazioni meridionali.

Contributo proprietà di: Luca Cancelliere – Il bestiario neo borbonico

[1] Cfr. S. Collet, A Unified Italy? The Investor Scepticism, 2012.

[2] L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, Torino 19592, p. 274.

[3] Cfr. A. Caprarica, C’era una volta in Italia, Milano 2010.

[4] Cfr. A. Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni, Bari 1988; D. Demarco, Il crollo delle Regno delle Due Sicilie. La struttura sociale (1960), Napoli 2000

[5] Cfr. V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2011), Soveria Mannelli 2011

[6] Cfr. E. Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna 2013.

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